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A rischio il 25% dei mammiferi - La nuova lista rossa Iucn

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A rischio il 25% dei mammiferi - La nuova lista rossa Iucn

Messaggio Da Federica il Lun Nov 14, 2011 1:06 pm

A rischio il 25% dei mammiferi - La nuova lista rossa Iucn

L'Unione internazionale per la salvaguardia della natura ha aggiornato il suo elenco di specie che potrebbero estinguersi. Per proteggerle bisogna salvaguardare l'ecosistema in cui vivono, tutelando anche i popoli indigeni
di CRISTINA NADOTTI

Uno sguardo preoccupato sullo stato di salute del pianeta, ma con la consapevolezza di poter fare molto per salvarlo. L'ultimo aggiornamento della lista rossa della IUCN, l'Unione internazionale per la salvaguardia della natura, è un lungo elenco di specie che ben presto rischiamo di non vedere più e di altre delle quali dobbiamo piangere la scomparsa, almeno da alcune zone. È il caso dell'hirola, una specie di antilope che viveva soltanto al confine tra la Somalia e il Kenya, e di una sottospecie di rinoceronte nero dell'Africa Occidentale, decimato dai cacciatori di frodo per il suo corno.

Nella nota di accompagnamento alla nuova lista rossa, quella cioè delle specie a maggiore rischio di estinzione, la Iucn sottolinea che nonostante i programmi di salvaguardia il 25 per cento dei mammiferi del pianeta rischia di scomparire nel giro di pochi anni. Tra gli animali a maggiore rischio altre specie di rinoceronte, come il rinoceronte bianco dell'Africa centrale e il rinoceronte di Giava, il destino dei quali è emblematico delle ragioni di tali scomparse. Si tratta infatti di animali che abitano zone in cui non c'è il sostegno politico alla loro salvaguardia indispensabile per contrastare il bracconaggio e proteggere i loro habitat. Proprio mentre la Iucn diramava la nuova lista rossa, l'organizzazione di tutela dei diritti dei popoli indigeni, Survival International, ricordava che i popoli indigeni sono fondamentali per preservare le foreste nel mondo, mettendo in evidenza, una volta di più, che il destino di uomini

e animali è strettamente connesso. È stato uno studio di un organismo non certo di parte come la Banca Mondiale a raccogliere dati secondo i quali se i popoli indigeni non vengono espulsi dalle aree protette, la deforestazione scende ai livelli minimi.

Parlare di protezione dei popoli indigeni per tutelare la biodiversità rientra nel nuovo approccio usato dalla Iucn nel compilare la lista rossa. Così come era stato auspicato lo scorso anno nel bilancio delle attività dell'organizzazione e dei suoi partner, si è provveduto a diversificare il numero delle specie inserite negli elenchi, per ottenere un quadro più completo dello stato del pianeta. Sono così diventate in tutto oltre 61.900 le specie valutate, in modo da rendere la lista rossa un vero "barometro della vita", capace di far comprendere come la salute della Terra dipenda dalla salvaguardia di interi ecosistemi e non soltanto di specie animali.

Un esempio dell'allargamento delle specie inserite nella lista rossa è la pianta Glyptostrobus pensilis, una volta diffusa in tutta la Cina e in Vietnam e adesso quasi scomparsa a causa dell'agricoltura intensiva, o, come accade per gli animali, dell'uso farmacologico delle loro parti. È il caso, ad esempio, della Taxus contorta, usata per produrre il Taxol, medicina per la chemioterapia contro il cancro, ma assai sfruttata anche come foraggio per animali.

Il rapporto della Iucn "non contiene però soltanto cattive notizie" ha detto Jane Smart, direttrice del programma Global Science. "Abbiamo la prova che i programmi di salvaguardia funzionano se attuati in tempo, ma sono destinati a fallire se non ci sono obiettivi precisi e sostegno politico per la loro messa in opera". Tra i successi di questi programmi quello sulla sottospecie di rinoceronti bianchi meridionali (Ceratotherium simum simum), rimasti in poco più di cento alla fine del XIV secolo e ora stimati in circa 20mila. Buone notizie anche per il cavallo di Przewalski (Equus ferus), considerato estinto nel 1996, ma reintrodotto in natura grazie a un programma mirato.
(14 novembre 2011)
Fonte: http://www.repubblica.it/ambiente
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