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Messaggio Da Federica il Mer Lug 15, 2009 7:55 pm

Un viaggio nella Rift Valley

14/07/2009 - Paolo Cravero - Sloweek

Il pick-up rosso corre veloce diretto a Nord, oltre Nakuru, verso il cuore della Rift Valley. Sul lato sinistro della strada, campi di tè a perdita d’occhio che spaziano da un blu/verde chiaro a uno più scuro a seconda dell’inclinazione delle colline. Sulla destra, donne coloratissime sparpagliate nelle infinite piantagioni di caffè.
Quando la strada inizia a scendere, il paesaggio circostante cambia bruscamente. Il tè e le piantagioni di caffè scompaiono, il terreno perde parte del suo colore rosso-sangue e capre emaciate cercano sulla strada qualcosa da brucare.
Mentre proseguiamo, la strada asfaltata diventa terra polverosa e accidentata. Attorno è solo aridità: una vasta pianura punteggiata di alberi, arbusti e sassi.
Un viaggio nella Rift Valley RiftValley “Pole Pole!” – Rallenta – ci dice chiunque sia ai lati della strada, mentre tenta di proteggersi dalla polvere. L’autista sembra instancabile, e ogni gruppo di persone che incontriamo subito scompare in una spessa nube di terra rossa. “Siccità”, dice l’autista con una smorfia “ Non abbiamo avuto le pioggie di Dicembre”.
Questa è la Rift Valley keniota senza piogge: una zona arida con poco cibo disponibile. Gli animali smagriscono man mano che passano i giorni, e le persone che vivono nelle campagne diventano sempre più affamate: si aggrappano a quei fazzoletti di terra che sono a malapena riuscite a salvare dal disastro.

Per molti stati Africani la siccità significa la perdita totale del raccolto, e quindi carestia. Questo è vero soprattutto per il Kenya, il quale – come il governo ha dichiarato qualche settimana fa - sta passando una grave crisi alimentare che coinvolge almeno un terzo della popolazione del paese. Questo non deve sorprendere, come la Banca Mondiale ci ricorda, poiché i paesi dell’Africa Orientale sono sottoposti a regolari fluttuazioni inerenti quei prodotti alimentari che dipendono dalle precipitazioni. In ogni caso, le azioni veramente necessarie a risolvere o almeno a mitigare la situazione attuale non sono ancora state intraprese dal governo keniota.
Le linee di condotta del Ministro dell’Agricoltura keniota, Mr. William Ruto, sono contenute nel Biosafety Bill 2008, e consistono nel rendere legale l’uso delle biotecnologie, per far sì che il Kenya sia il secondo paese, dopo il Sud Africa, ad adottare gli OGM. “I miracoli non esistono”, ha affermato Mr. Ruto in un’intervista al giornare The Daily Nation. “ Se dobbiamo produrre di più, dobbiamo rivolgerci alla tecnologia. Come paese, abbiamo l’opzione o di adottarla e combattere la fame o rifiutarla e soccombere”.

Il Ministro Ruto non è solo e il suo punto di vista è supportato da diverse agenzie con sede a Nairobi. Nel 2006 – come ha osservato il Centro Africano per la Biosalvaguardia in un report del gennaio 2007- sia la Fondazione Bill & Melinda Gates che la Fondazione Rockfeller hanno versato 150 milioni di dollari per la promozione di una “Seconda Green Revolution”, la quale ha portato a una collaborazione chiamata Alleanza per una Green Revolution in Africaaq (AGRA). Ufficialmente non direttamente interessata nella promozione degli OGM, l’obiettivo di AGRA ufficiale è l’estinzione di fame e di povertà, da raggiungersi attraverso l’adozione di prodotti chimici e di biotecnologie in agricoltura. L’uso diretto degli OGM non è stato reclamizzato ufficialmente, ma il riferimento implicito non è passato inosservato, e nemmeno il fatto che questa iniziativa abbia forti legami con Monsanto, multinazionale produttrice di semi e fertilizzanti. AGRA, continua il report, è sotto la supervisione diretta del Programma Mondiale per lo Sviluppo (GDP). Il presidente della GDP è stato Dr. Robert Horsch, il quale ha lavorato per 25 anni nel team scientifico che ha sviluppato la formula per il pesticida Round Up della Monsanto. Diventa quindi abbastanza chiaro che tipo di approccio all’agricoltura l’AGRA supporti effettivamente.

Ci sono molte persone e organizzazioni che si oppongono a questo approccio. Uno di questi è Samuel Karanja, il coordiantore keniota della Rete per l’Ecoagricoltura in Africa (Necofa). Egli avverte: “ Queste specie geneticamente modificate non risolveranno il problema, daranno solo un lieve aumento della produzione complessiva di cibo. Piuttosto renderanno ancora più marginali i piccoli produttori che vivono in quelle aree rurali che verranno inglobate dalle multinazionali”, e aggiunge, “Come può un piccolo contadino acquistare a caro prezzo i semi per ogni semina?”

La disputa sulle biotecnologie nei paesi in via di sviluppo è spesso politica - e questo è vero anche per il Kenya, dove un insieme di scelte sbagliate, un’amministrazione insufficiente e pochi investimenti nell’agricoltura di piccola scala hanno portato a una situazione estremamente instabile. Non molto tempo fa il paese ha attraversato uno scoppio di violenza post-elettorale che ha portato all’incendio di case, magazzini, campi pronti alla raccolta, e allo sfollamento di mezzo milione di persone. “Per gestire la crisi il governo ha deciso di promuovere le biotecnologie” spiega Mr. Karanja. “Comunque, è palese che non sarà un’agricoltura intensiva basata sulla monocoltura a salvare il Paese. L’unico modo possibile è reinvestire sui contadini di piccola scala e dare loro la possibilità di ampliare il numero di piante coltivabili. Questo è l’unico modo per andare avanti.”

Sebbene il Kenya possegga un agro-ecologia differenziata, che varia dalle montagne coperte di neve al deserto, essa è comunque dipendente da un numero ristretto di specie da coltivare, molte delle quali non sono nemmeno indigene e non resistono alla siccità. L’esempio migliore è il mais, che è anche la specie più coltivata nel paese. Quando si arriva a una siccità, come quella dello scorso dicembre, è una tragedia. Il prezzo della farina aumentò bruscamente, come risultato dei danni alle coltivazioni causati da una protratta mancanza d’acqua e dalle violenze post-elettorali. La risposta del governo fu la fondazione di una Riserva Strategica di Grano (SGR) di farina di mais. In ogni caso l’inappropriatezza di questa iniziativa divenne chiara all’inizio di gennaio, quando circa 100.000 sacchi di mais destinati ai contadini del Kenya che stavano morendo di fame (del valore di più di 1 milione di £) scomparvero. Il Daily Nation ha riportato che questi sacchi potevano essere sulla stada del Sudan del Sud dove avrebbero potuto essere venduti a prezzi più alti.
Ulteriori ricerche hanno portato alla luce che tra i mugnai designati ce n’era uno che aveva cessato l’attività fin dall’agosto precedente. In seguito, alcuni deputati accusarono le loro controparti di incompetenza. I deputati accusati erano gli stessi che avevano presso parte alla campagna in favore degli OGM. Non è tuttora chiaro se queste affermazioni siano fondate e, soprattutto, se questo scandalo sia stato creato dall’avidità personale o da interessi superiori.

La paura che unisce molte delle Ongi e delle associazioni anti OGM, è che si possa ricadere in una seconda campagna “Semi per la Speranza” promossa da Agra. Questo programma fu concepito e attuato da Monsanto nelle province più povere del Sudafrica negli anni ’90. Era rivolto ai piccoli proprietari terrieri a basso reddito che potevano avere potere d’acquisto se presi come gruppo. L’idea principale era di introdurre scatole di materiale tra cui semi di mais ibrido, fertilizzanti ed erbicidi.
Il pacchetto era pensato per piccoli contadini che, seguendo il metodo proposto da Monsanto, non avrebbero dovuto arare in profondità il terreno. Ciò avrebbe preservato le qualità del terreno, oltre a evitare l’acquisto di un trattore.
In ogni caso, questo metodo di coltivazione non era una panacea solo per i contadini. Una tecnica senza lavorazione profonda, di fatto, implica un uso crescente di erbicidi e di semi che vi possano sopravvivere. Questa non è altro che la tecnologia Round Up di Monsanto. Sfortunatamente per questi contadini, gli studi fatti nel 2002 dall’Associazione Organic Consumer hanno indicato che gli erbicidi Round Up sono una minaccia per la salute umana, dal momento che “non è solo un disgregatore ormonale, ma è anche associato a malformazioni dei neonati”.

L’agribusiness ha una vasta dimensione politica, poiché le multinazionali fanno pressione sui governi del Sud del Mondo che stanno cercando una via facile per risolvere problemi organizzativi e decisionali. Questo è un fenomeno, oltre che un business in crescita. I giganti della biotecnologia hanno dichiarato per anni che il loro vero scopo era salvare il mondo dalla fame. Intanto, hanno brevettato i loro semi, per essere sicuri che nessuno potesse infrangere le leggi di proprietà intellettuale e intaccare i loro profitti. La realtà sembra essere ben più triste della propaganda, e questo gioco d’azzardo col cibo non prospetta un futuro migliore per il Kenya - e nemmeno per il resto del mondo in via si sviluppo.

Paolo Cravero è un giornalista freelance

Tratto da http://sloweb.slowfood.it/sloweb/welcome.lasso
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