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Il canto di Madiya

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Il canto di Madiya Empty Il canto di Madiya

Messaggio Da fio il Dom Giu 09, 2013 7:33 pm

Il canto di Madiya

Solo una vera madre può commuovere l’animo del proprio figlio, penetrando nel più profondo del suo essere per risvegliarne i primordiali ricordi. Un racconto che ci viene dal Kenya.

Un mattino tropicale s’era da poco aperto all’orizzonte color violetto. Prima di risplendere con assoluta arroganza l’astro del giorno si affacciava timidamente. L’area era tiepida e impregnata dell’odore di muschio generato dalle piogge torrenziali che per giorni s’erano abbattute come un esercito di cavallette, lasciando nei villaggi enormi crepe ricolme d’acqua stagnante e di zanzare.

Allorché il gallo intonò il suo canto e gli uccelli annunciarono il risveglio, Madiya Wa Kamba, una giovane vedova , si alzò dal suo umido letto. Era costretta a lavorare duro e senza sosta per poter nutrire il suo unico e adorato figlio. Entrambi vivevano in una casetta di legno dal tetto di paglia, non lontano dal fiume che serpeggiava attorno al villaggio.

Dopo aver dato da mangiare al figlio e preparato il necessario per la giornata, la donna prese la sua vecchia zappa, si mise sul capo il paniere delle provviste e s’avviò per i sentieri sinuosi che portavano ai campi, ben lontano nella foresta, a coltivare la terra. Il villaggio si sbarazzava a poco a poco di una bruma dai colori di onde schiumose.

Portandosi appresso il figlioletto, avvolto in un pagne e ben legato alle proprie spalle, ella s’inoltro nella boscaglia ricca di erbe folte. Il territorio era pericoloso:orchi e spiritelli venivano a cercare il cibo.

Quando Madiya Wa Kamba arrivò a destinazione, il sole brillava, il cielo era sgombro di nubi e il vento soffiava dolcemente. La giovane madre cercò un posto per il piccolo, e lo trovò ai piedi di un tamarindo. Dispiegò allora una stuoia e ve lo adagiò con i suoi giochi e il paniere delle vettovaglie. Indi se ne andò a coltivare la terra con le sue energiche braccia.
L’odore selvaggio di un fuoco recente profumava l’aria circostante.

La donna lavorò a lungo e si fermò solo a mezzogiorno. Ritornò affannata accanto al figlio e con lui divise il pranzo. Si trovavano nel folto della foresta, l’ombra era fresca, i rovi e le radici s’intrecciavano alle felci secche e appuntite, rendendo la boscaglia inestricabile. Dopo un breve riposo, la donna
lasciò il bimbo per andare a risplendere le sue incombenze, cui si sarebbe dedicata senza sosta per altre ore.

Ma quando fu a una certa distanza, all’altro lato del campo, ella udì levarsi la voce straziante del bimbetto: Mamma, corri! Qualcosa mi afferra mi trascina nel baratro del nulla. Non riesco a sottrarmi alla sua stretta. Ho paura, qui da solo!

A causa del vento che soffiava, fischiava e scuoteva le foglie degli alberi, la donna, male interpretando il richiamo, credette di capire che il piccolo aveva fame oppure sete. E, per calmarlo, intonò la sua più bella ninnananna:

- Mio adorato, mia speranza e unico tesoro, so che vorresti avermi vicino. Ma ti prego, bambino mio, abbi pazienza e lascia che io finisca il mio lavoro affinché possa assicurare il tuo futuro.

Malgrado ciò, il bimbo continuava a piangere, e sempre più forte. Angosciato, chiamava la sua tenera protettrice la quale, purtroppo, non dubitava minimamente del pericolo che lo minacciava.

Più il piccolo gridava, più la sua voce s’allontanava e si sperdeva all’orizzonte fra i rumori imprecisi del cielo che stava ormai agitandosi.

D’improvviso, la madre vide accumularsi dietro di sé delle grosse nuvole. Il cielo si oscurò e cominciò a lampeggiare e tuonare. La folgore faceva tremare rocce, alberi e montagne.
Preoccupata, la donna corse verso il piccino. Ma proprio nell’istante in cui stava per raggiungerlo, prima che crepitassero le prime gocce di pioggia, una strana mano spuntò dalle nuvole, afferrò il bimbetto e lo trasportò nel vuoto del cielo, sottraendolo alla vista della madre sconcertata.

I rimbombi del tuono aumentarono, e la pioggia prese a martellare la terra con tutte le sue forze. La donna, colta da brividi, s’interrogava su quell’essere che, come un vento demente nel vuoto irresistibile, si era portato via suo figlio. Ella vagò per ore e ore nella foresta selvaggia, sotto la pioggia e il vento di pietre, tra l’erba ancora calda che le bruciava i piedi, senza trovare alcuna traccia del piccolo. Finché, giunta la notte, la nebbia salì dal fiume e ricoprì i dintorni.

Nel pallido chiarore della luna, la povera madre, torturata dal pensiero della sua unica ragione di vita, si ubriacava della speranza di ritrovarlo. Quella perdita scavava nel suo cuore una ferita profonda.

Infine, troppo stanca per continuare a cercare l’invisibile rapitore del figlio, Madiya Wa Kamba decise di fermarsi in una bella città, vasta e molto popolata, per cercarvi riparo. Là, fu accolta da una vecchia donna che, dispiaciuta di non avere abbastanza cibo per due, le fece la seguente proposta:

- Una sola di noi potrà mangiare, ma allora dovrà dormire per terra, su una stuoia; l’altra non mangerà, ma avrà un buon letto.

La giovane madre era talmente affamata che accettò di mangiare e dormire per terra. Il mattino seguente, la padrona di casa, che era una veggente, le confessò:

- Ho sognato che ritrovavi tuo figlio presso il genio che
raccoglie tutti i bambini abbandonati. Ti consiglio di andare da lui.

Senza perdere tempo e piena di speranza, la poveretta si mise in cammino. Quando infine ritrovò il suo figliolo, le venne chiesto di comprovare che ne era la madre. E come fare? Come può una donna dimostrare di essere la vera genitrice, e non un’estranea?

Fermamente decisa a vincere la sfida, la coraggiosa Madiya Wa Kamba percorse il mondo intero per trovare la risposta al suo quesito. Interrogò tutte le madri che incontrò, ma nessuna fu in grado di aiutarla.

L’animo sconvolto, ella cercava invano di risolvere l’enigma. Certo, v’erano molti indizi, ma non era possibile sapere se fossero quelli giusti. Ogni volta che lei indicava un segno, le veniva rifiutato. E, a un certo punto, non fu più in grado di fornire elementi atti a comprovare la sua maternità. Il figlio, in tal caso, non le sarebbe più stato restituito.

La donna finì per tornarsene a casa, sola e avvolta nella tristezza. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di recuperare la sua creatura, e addirittura lasciato il villaggio per andare a vivere il più vicino possibile al caro figliolo.

Una sera, il tempo ancora brutto, il freddo, l’umido e il cielo minaccioso avevano spinto i comuni mortali a coricarsi di buonora e i notabili del villaggio a riunirsi attorno a un fuoco scoppiettante nel bel mezzo di una corte.

Affranta e gemente per il vuoto della sua casa, Madiya Wa Kamba entrò nella stanza del piccolo, prese tra le braccia uno dei suoi giocattoli preferiti e si mise a cullarlo con tutta la tenerezza di cui il suo cuore era capace. Colpita da un’immensa tristezza, ella intonò piangendo la sua più bella ninnananna.
In quel preciso istante, il figlio da lontano riconobbe la voce della madre. E saltellando di gioia, disse radioso:-È la mia mamma! È la mia mamma!

Quella era la prova che occorreva, giacché solo una vera madre può commuovere l’animo del proprio figlio, penetrando nel più profondo del suo essere per risvegliarne i primordiali ricordi! A quel punto il genio che raccoglieva i piccoli abbandonati, ormai certo che quella era la vera madre non poté far altro che restituirle l’adorato bimbo.
Fonte:Misna
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