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Lupita e il sogno che si avvera

Messaggio Da fio il Sab Gen 18, 2014 8:59 pm

Lupita e il sogno che si avvera >Dal Kenya a Hollywood»


Dieci anni fa, sul set africano di The Constant Gardener, Ralph Fiennes chiese alla ragazza che la produzione gli aveva assegnato come assistente che cosa volesse fare da grande. «L’attrice», gli confessò la giovane keniota. Era il sogno impossibile del quale non aveva mai parlato con nessuno. Fiennes sospirò, la guardò negli occhi e disse: «Fallo soltanto se non riuscirai a vivere senza. Se c’è qualcosa d’altro che ti piacerebbe fare, fallo. Quello dell’attore è un mestiere pieno di difficoltà e di dispiaceri». Oggi quella ragazza fa l’attrice, corteggiata dagli stilisti, in copertina sulle riviste di moda, abbracciata da Oprah Winfrey che lei non conosceva e che stringendola a sé le ha detto tra le lacrime di essere rimasta «devastata» dalla sua recitazione. Ricorda le parole di Fiennes con un sorriso («Non volevo sentirmelo dire, ma avevo bisogno che qualcuno mi mettesse in guardia») perché nel suo viaggio verso il cinema e la fama ha dovuto attraversare, letteralmente, il mondo: ecco la storia del sogno impossibile di Lupita Nyong’o, la giovane Patsey di 12 anni schiavo che riesce a rubare ripetutamente la scena, per intensità e bravura, a Michael Fassbender.

Kenyota di etnia Luo (la stessa del padre di Barack Obama), nata in Messico trent’anni fa dove suo padre era visiting professor all’università, conoscenza di sei lingue compreso un buon italiano, tornata in Kenya per girare un documentario sul razzismo del quale sono vittima gli africani albini, bianchi in un mondo di neri, attrice — finalmente — in un serial di Mtv Africa, Lupita due anni fa era all’università, dall’altra parte dell’America rispetto a Hollywood, a studiare recitazione a Yale, nel salotto buono dell’accademia americana. Con ruoli da protagonista nella compagnia teatrale della scuola: Caterina ne La bisbetica domata shakespeariana, soprattutto Sonia nello Zio Vania di Cecov.

Quella ragazza con la zazzera di capelli cortissimi («Ero stanca di andare dal parrucchiere continuamente, e a 19 anni me li tagliai via tutti: zac») viene notata da un direttore del casting, il regista Steve McQueen (Hunger e Shame), uno che non fa sconti a nessuno, vede in lei la schiava della storia vera di Solomon Northtrup: «È vulnerabile, ma dentro ha una forza straordinaria», dice lui. «Ha cambiato la mia vita», risponde lei, che adesso ha già recitato in un film d’azione con Liam Neeson e Julianne Moore, Non Stop, e valuta proposte a cinque stelle.

Ai Golden Globes era nominata come migliore attrice non protagonista, ha vinto Jennifer Lawrence e lei ha applaudito serena. Se oggi alle 14.30 (ora italiana) verrà nominata all’Oscar (quasi certo, ma non si sa mai) sarà felice, altrimenti, ha detto con la serenità di chi ha già visto il suo sogno avverarsi, sarà per un’altra volta. Perché sa, comunque, di avere già vinto.

12 anni schiavo è la storia del violinista nero e uomo libero che venne rapito, prelevato dal Nord e venduto nel Sud schiavista, e che riuscì a tornare a casa dodici anni dopo (per trovare i figli grandi, la moglie sposata con un altro e i suoi rapitori impuniti perché non poteva testimoniare contro di loro in tribunale). La schiava Patsey è al centro — in un film fatto di scene una più tragica dell’altra — della storia più triste. La schiava mite e bellissima che finisce vittima di un padrone psicopatico, Edwin Epps, così crudele e sadico che ancora oggi in Louisiana, oltre 150 anni dopo, si dice «non fare come Epps» quando qualcuno si comporta con cattiveria. Patsey la ragazza amata dal folle Epps di un amore sadico e impossibile, vittima delle sue violenze, odiata dalla moglie — altro personaggio tragico — che si rende conto che il marito ama un’altra. Un’altra che lei non reputa neppure una donna, ma un animale da soma.

Sono le scene di Nyong’o con Fassbender a dare al film il suo tema più difficile: l’umanità della mancanza di umanità. Un tema che lei ha capito al volo: dopo aver letto il libro era andata in un museo dedicato alla storia della schiavitù e «all’ingresso c’era una balla di cotone da 250 chili. Era più grande di me». Il raccolto di una sola giornata di lavoro nei campi, dall’alba al tramonto (meno di così, e lo schiavo veniva frustato).

In quel momento le sono venute in mente le parole del suo monologo finale nello Zio Vania, quando Sonia promette allo zio che un giorno tutto quel dolore scomparirà: «Potremo riposare e ascoltare le voci degli angeli. Vedremo il paradiso splendere come un gioiello. Vedremo tutto il male e il dolore scivolare via, nella grande pietà che avvolgerà il mondo».
Fonte:27essesima ora
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