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La bufala della villa di Bossi a Malindi.

Messaggio Da fio il Dom Lug 22, 2012 2:30 pm

Inchiesta
La bufala della villa di Bossi a Malindi. Chi vuole incastrare il Senatùr (e Linkiesta)?
Di:Alessandro Da Rold

Una villa di Bossi a Malindi, in Kenya, magari comprata con i soldi della Lega Nord. Una notiziona, se non fosse che, dopo lunghe verifiche e ricerche, vediamo che si tratta di una bufala bella e buona, con tanto di documenti falsi e fonti altrettanto false. L'unica verità semmai è un'altra: chi voleva incastrare Bossi e dare una polpetta avvelenata a noi de Linkiesta?


Il documento che ci è stato inviato e a fianco timbri appiccicati su Photoshop

Una villa a Malindi comprata dalla famiglia Bossi con 310mila euro, forse attinti dalle casse della Lega Nord. Per di più con l’aiuto di esponenti della mafia italiana di stanza in Kenya. Nel pieno delle indagini di tre procure -Milano, Napoli e Reggio Calabria- sul Tanzianiagate e sull’amministrazione dei rimborsi elettorali del Carroccio da parte del tesoriere Francesco Belsito. Non solo. Due documenti che sono stati inviati a Linkiesta via mail testimoniano persino di uno scandalo diplomatico tra Roma e Nairobi, con tentativi di coinvolgere il primo ministro Raila Odinga, già accusato di corruzione da suoi ex collaboratori, in vista delle elezioni presidenziali del 2013.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per una spy story alla Graham Green, tra domande di incontri alle Nazioni Unite Nairobi e richieste di denaro contante per avere nastri registrati di discussioni tra Bossi e Odinga. Se fosse una storia vera sarebbe stata una notizia da prima pagina sui quotidiani. Peccato che sia tutto falso. Falsi i documenti, incollati alla bene e meglio con photoshop. False le fotografie della villa. Falsa la fonte che si è contraddetta più volte dopo averci contattato dal nulla la scorsa settimana.

Le uniche due cose vere? La prima è l’alta concentrazione di imprenditori varesini e bergamaschi a Malindi tra cui persino un agente immobiliare nato Pontida (sì quella del pratone ndr) di nome Sandro «Gratta e Vinci» Rigamonti, scappato a metà degli anni novanta dopo uno scandalo nella bergamasca. La seconda che qualcuno voleva incastrare Bossi con un nuovo scandalo costruito ad arte e rifilare una polpetta avvelenata a noi de Linkiesta.

È una storia che pone diversi quesiti sia sulla battaglia per la leadership che si sta consumando dentro il Carroccio, sia sugli altri documenti che sono circolati in questi mesi sulla Lega. Anche perché chi ci ha inviato il materiale e chi ci ha contattato conosce molto bene le dinamiche interne in via Bellerio. La presunta notizia, infatti, ci è stata recapitata per posta elettronica pochi giorni dopo il congresso di Assago, che ha eletto segretario federale l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni.

Questi i fatti. Lunedì scorso abbiamo ricevuto una mail da un cittadino del Kenya, lo chiameremo Cris, che ci informava di avere documenti riservati («Confindential about Umberto Bossi») dell’intelligence locale su presunti investimenti immobiliari di Bossi e i due figli Riccardo e Renzo, fatti attraverso un «mafia business man». Dopo averlo contattato su un cellulare kenyota, ci ha inviato ben due pagine con tanto di timbro del ministero. Tutto sapeva già di bufala, ma noi da bravi giornalisti abbiamo deciso di approfondire la storia.

Nel primo documento il segretario permanente del governo kenyota Emanuel Kizombe chiede il 22 marzo del 2010 a Simon Karanja Gatiba - allora direttore del Criminal Investigation Department - di contattare l’Interpol per sapere se i movimenti di Bossi -durante l'acquisto di questa proprietà immobiliare - erano in regola oppure no. Nel secondo invece si legge di uno scambio di comunicazioni tra il numero uno dell’intelligence Mike Gichangi e Gatiba, sempre rispetto a Bossi e una ventilata corruzione tra la polizia di Malindi che non vuole dare informazioni sulla cessione della villa.

Su entrambi abbiamo avuto subito dei dubbi, in particolare sul secondo, perché cablogrammi tra servizi segreti dovrebbero almeno avere delle classificazioni di segretezza. Sul primo, invece, ci accorgeremo giorni dopo della sua falsità, quando lo apriremo con photoshop: si può vedere benissimo che i vari pezzi sono stati assemblati. All'inizio, però, decidiamo di approfondire comunque la storia, anche perchè in Kenya in questi giorni si fa un gran discutere sull’imprenditoria italiana e sui presunti collegamenti con la criminalità organizzata.

Cris ci dà tutto per certo. Ma noi non ci fidiamo. Contattiamo il console Roberto Macrì a Malindi che dopo qualche giorno ci dice che la firma sotto il primo documento è falsa. Eppure, la nostra fonte continua a ribadire che la Bossi-villa esiste. È di 12 stanze, tra il Palm Tree Club e il Golf Club. E anche qui sentiamo puzza di bruciato. Nel vero senso della parola, perché in quella zona sono andate a fuoco diverse ville dopo alcuni incendi negli anni passati. E una fonte di fiducia che riusciamo a contattare e vive da quelle parti ci dice che di case di Bossi in quello spicchio di Malindi non ce ne sono: le poche rimaste appartengono ad altri imprenditori italiani.

In ogni caso, l’immobile sarebbe costato 310 mila euro. A venderlo al Senatùr sarebbe stato Alessandro Rigamonti, titolare della Malindi Properties Agency, 84 anni, imprenditore bergamasco di Pontida che a metà degli anni ’90 scappò a Malindi dopo un avviso di garanzia per truffa ai danni dello stato in una strana vicenda di gratta e vinci miliardari. Sarebbe stato il distributore di quei tagliandi che inondarono di miliardi tutta la bergamasca, «fuorilegge» secondo i Monopoli dello Stato, ma alla fine fu assolto.

Contattato da Linkiesta, Sandro «Gratta e vinci», come è stato soprannominato, non ci conferma niente. «Ne ho vendute così tante di case in questi anni. Non me lo ricordo. Conoscevo molto bene l’ex autista di Bossi, Pino Babbini, quando correva con lui in Formula 3». Contattiamo pure il mitico Babbini che ci dice subito che si tratta «di una bufala grande come una casa». Parliamo pure con l’entourage di Bossi che ci dice che è tutto falso e che ci minaccia di querelare. Riusciamo a discutere pure con i magistrati titolari dell’inchiesta sulla Lega, che oltre a non saperne nulla, ci consigliano di fare ulteriori accertamenti sulla fonte perché anche a loro la storia sa di «falso».

Intanto Cris continua a insistere. Ci chiede ben 5mila euro per consegnarci altri documenti che testimonierebbero gli investimenti della famiglia Bossi in Kenya. Noi gli diciamo sempre di no, ma vogliamo capire dove vuole andare a parare. Così, quando gli chiediamo il numero di proprietà dell’immobile, il cosiddetto plot, il nostro uomo a Malindi va in confusione. All’inizio ci dice che è stato tutto distrutto e che è scomparso dai registri del catasto. Poi, il giorno dopo, ci spiega invece che quel numero c’è, esiste ancora. Al contempo ci avverte che bisogna fare in fretta, perché il suo contatto nell’intelligence sta per partire per un anno. Insomma, o paghiamo subito oppure non possiamo avere conferme.

Noi di pagare non abbiamo la minima voglia, non l'abbiamo mai fatto, e quindi gli rispondiamo a tono: o ci dai delle prove tangibili oppure abbiamo capito che si tratta di un falso. Nell'ultima scambio epistolare ci ha persino inviato delle foto di una maxi casa, di cui non è possibile capire se sia a Malindi oppure in Brianza. Chi si è messo a costruire un file fasullo su Bossi in Kenya? Come ci spiega un collega che lavora ai Nairobi, in questo momento di forte crisi politica nel paese «tutti cercano di arraffare più soldi possibili»: il governo sta cadendo e di certezze nel futuro non ce ne sono, soprattutto per i funzionari statali. Ma la bufala è kenyota o è italiana anzi "padana"?
Fonte:L'Inkiesta


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